mercoledì 4 febbraio 2015

L’incontro con Lucia


Mentre in questi giorni stiamo cercando di assestare la vita familiare, per quanto sia difficile pensare di raggiungere un equilibrio in una stanza di albergo a migliaia di km da casa, ecco il racconto del secondo incontro più importante della nostra vita: il giorno di Lucia.

Ci alziamo presto con in faccia  una notte quasi insonne, Giada ha riposato e anche se so che in altri casi farebbe sul serio, in quanto ama molto dormire, al teatrino del sonno questa volta non crede nessuno, è emozionata anche lei, fin troppo.
Facciamo un’abbondante colazione, all’ Army Hotel  (abbondante è un complimento), e poi in fretta andiamo a comprare alcune ultime cose per l’incontro con Lucia.
Comica spesa!
Gigi: “Cri ma questa non è la strada per il supermarket!!”
Cri:  “A no? Dove stiamo andando?”
Gigi: ”Mi devo essere confuso, e tu non dici niente?”
Cri: ”No io seguo te”
Gigi: ”Non ci sto con la testa”
Cri: ”Nemmeno io ero soprappensiero”
Gigi: ”A beh siamo pure carini,  praticamente stavamo vagando senza meta…”
Completamente fuori strada ritorniamo indietro e imbocchiamo quella giusta.
Ma ad Hanoi è  Lunedì mattina,  e come ogni altro giorno lavorativo sembra il finimondo, come se tutte le motociclette si dessero appuntamento alle 6.00 della mattina e al tre decidessero di scatenare l’inferno.
Fatto sta che le strade che impari a conoscere durante il week end passeggiando nella zona centrale, il Lunedì non le riconosci più, perché sono “incrostate” di motorini parcheggiati ovunque, che ostruiscono i marciapiedi, persino le entrate dei negozi, e dove non ci sono i motorini ci sono banchetti di vendita di ogni tipo,  e dove non ci sono banchetti, ci sono assembramenti di persone che mangiano e/o lavorano e/o non lo sai neppure tu e tutto questo confonde.
Fatto sta che non riconosciamo l’entrata del supermercato, essendo rientrante rispetto al marciapiede.
Cri: “Luigi, ma non siamo troppo avanti?”
Gigi: ”Ho questa strana impressione anch’io, e mi sto preoccupando perché mi sembra di essere ubriaco”
Ritorniamo indietro, troviamo il supermercato, ogni tanto controllo di non aver smarrito Giada, sia mai con sta tensione, e poi testa bassa verso l’Hotel, che alle 12.00 Bobo, il referente, ci aspetta.
Ci prepariamo in silenzio, Giada “buffoneggia” ma è ben evidente quanto sia emozionata per l’incontro.
Questa volta siamo solo noi, non ci sono altre coppie, per cui in mancanza della medicina “famose du chiacchiere” con i compagni di avventura, decidiamo di attendere nella Hall dell’albergo facendoci una partita ad “UNO”, cioè facendoci stracciare da quella fortunella e un po’ imbrogliona che è Giada.
Arriva Bobo, liberiamo la bisca, carichiamo doni per bimbi, didi e autorità e partiamo.
La casa dei bimbi di Lucia è all’estrema periferia di Hanoi (piccola ridente città di 6 milioni di abitanti) e essendo ora di punta, il leggero e scorrevole traffico ci conduce alla meta in 45 minuti.
Il tragitto è tranquillo, a parte il traffico le arterie principali sono tenute abbastanza bene anche se si è in periferia,  per cui poco shaker questa volta, l’unico vero rimbombo è il cuore che pompa nelle orecchie.
Bobo ci segnala un cartello, dopo questo ad un chilometro siamo arrivati.
Stradina in mezzo alla campagna, curva sulla destra, ecco l’istituto. Hanoi I. E’ umile ma ordinato. Ci riceve una ragazza, ci conduce nella stanza di ricevimento, dove ci fanno accomodare in attesa dell’arrivo del direttore. Ci servono un “Tè” di benvenuto, io lo assaggio, tanto non sento sapori, e poi sarebbe scortese; stessa cosa fa Cri, due sorsetti pudici e un ghigno beffardo rivolto a me. Io fra di me la guado storto:  “Lo so che pensi a Montezuma, ma sei tu quella delicata non io, e la vendetta l’avrai un’altra volta”.
Giada prende un fazzoletto di carta e decide di modellare un fiore di loto, come gli hanno insegnato in un laboratorio creativo, è il suo modo di allentare la tensione. Io cerco di appassionarmi alla conversazione di Bobo e il Direttore, ma non capendo nulla, mi fermo subito con l’annuire con la testa, perché potrei star dicendo sì alle peggiori cose.

Arriva il direttore e una risma di documenti da firmare. Firmiamo affetti da strabismo verso la porta,  e con le orecchie drizzate al minimo accenno di passi nel corridoio.  E  tutto come sempre accade all’ improvviso. Una  didi spunta da dietro la porta di ingresso con Lucia in braccio,  anche se la foto dell’abbinamento risale a quasi un anno fa è lei, capelli più lunghi, banana in testa, vestita come se fosse franata nell’armadio, e anche stavolta due fantastici calzini spaiati.
E poi è come inciampare, tutti giù per terra, piomba la realtà, Lucia scoppia in un pianto acuto, disperato, il pianto della paura.  Io questo pianto non lo dimenticherò più.  Continuo a riprendere con la videocamera, e il mio cuore dice, calmati piccola calmati, vedrai passa, piccolo cuore non avere paura, adesso arriva la mamma. Giada si stringe a me, e sussurra “Papà…”, l’accarezzo e le dico “Giada la sorellina è spaventata, ne avevamo parlato, non ti preoccupare poi si calma”.
Cri prende in braccio Lucia, e comincia a coccolarla, la bimba trema e singhiozza, un piccolo pezzo di legno, rigida,  le braccia aperte nell’abbraccio della mamma, una piccola bambola, e come può essere diversamente in fondo.  Piano piano si quieta, i suoi occhi sono assenti, fissi, a volte distoglie lo sguardo puntando una fuga lontana.
Continuo a filmare, cerco di carpire più informazioni possibili: cosa mangia, come sta, le vaccinazioni che ha fatto. La didi è molto disponibile. Lucia non piange ora. Come solito tutto è molto rapido e spicciativo, parole e foto di rito con il direttore, saluti, altre foto. Io cerco di fare foto come una furia, sono carico come un facchino, ma tento di riprendere di tutto quello che posso dell’istituto, dentro e fuori:  stanze, scale, cortili; cerco di catturare tutte le immagini utili a raccontare alla piccola dove ha vissuto. Neanche questa volta ci è dato visitare le stanze dei bimbi, anzi a differenza della volta scorsa, questa volta non si sentono vagiti o pianti in sottofondo.
Ritorniamo in auto, accompagnati da  Bobo e dalla stessa didi che ha portato Lucia. Noi seduti nel sedile posteriore (sì i conti sono corretti siamo in 6 in auto). Cerchiamo un primo timido approccio. La bimba è calma, noi le parliamo ma soprattutto cerchiamo di consolarla con  piccole carezze e parole sussurrate.
Arriviamo alla casa del popolo, cerimonia del dare del ricevere. Ci fanno accomodare in un’altra stanza di ricevimento, siamo noi quattro, Bobo e un ufficiale civile. Improvvisamente entra di nuovo la didi, è venuta a tenere la piccola intanto che espletiamo la burocrazia di rito. La prende in braccio, la coccola, le sussurra qualcosa all’orecchio,  forse la sta salutando, quando Cri ritorna affrontiamo un nuovo pianto disperato.
Ricominciamo da capo.  Risaliamo in auto, la didi è ancora con noi, durante il viaggio  scambio qualche parola con lei, e riesco a farmi mandare alcune foto di Lucia in istituto nel periodo precedente il nostro arrivo, che la didi tiene sul cellulare.  Anche questo sarà un prezioso bagaglio per la piccola  e la ringrazio ripetutamente e infinitamente per questo.
Adesso ci dirigiamo verso l’albergo, stiamo tornando in appartamento.
Prima però Bobo porta ad una fermata del taxi la didi, lei scende, saluta, non si volta versoLucia, la piccola  sembra non accorgersene, sembra….perché non appena è scesa, si mette di scatto seduta e la segue con lo sguardo, non piange, ma la segue fino a quando riesce a scorgerla, poi guada noi, poi il  suo sguardo si perde, è indescrivibile.
Arriviamo finalmente all’ Army Hotel, ora siamo soli in camera. Lucia è guardinga, impaurita più che mai, Cri la coccola, Giada le ronza accanto come un’ape attorno ad un  fiore, cerca in tutti i modi di attirare la sua attenzione, ma la sua assenza è totale. Poi Giada ha un’idea, le bolle di sapone, e con queste si apre una piccola breccia, non arriviamo ai sorrisi, ma almeno si distrae, comincia a interagire, gioca con le bolle, che le scivolano addosso.
Io sono “invisibile”, se le parlo si gira dalla parte opposta, se l’accarezzo si irrigidisce,  esperienza già vissuta per cui niente delusione, ho tutto il tempo per rifarmi.
Lucia si ancora alla mamma, non piange,  i suoi piccoli occhi sono così malinconici e persi. Mi chiedo quanto coraggio ci deve essere in questo piccolo esserino,  siamo sconosciuti piombati nel suo mondo, parliamo una lingua ignota, abbiamo odori diversi, lineamenti diversi, tutta la sua sensibilità improvvisamente è stata terremotata, ha tutto il diritto di far sudare a caro prezzo la sua fiducia.
E continuo a guardare le mie due bimbe, il tentativo della grande di approcciare la piccola, e la piccola completamente distaccata; comprendo la situazione, ma il disagio di Giada lo sento ancora più forte, continua a chiedermi se con lei è stato così, io le dico di no (abbiamo visto tanti filmati del nostro incontro, tutto è stato molto semplice, quasi incredibile)  ma le dico che è molto più facile che all’incontro  i bambini reagiscano come Lucia, specie se sono più grandicelli, sempre che a 2 anni e qualche mese possano essere definiti grandi, perché non ci si conosce ancora,  le spiego che non bisogna essere tristi, occorre pazienza e a furia di baci,  sorrisi e coccole la sorellina starà sicuramente meglio e comincerà a sorridere e a farsi coccolare, adesso ha bisogno di conoscerci, come noi di conoscere lei (come se fosse facile spiegare la pazienza e la necessità del tempo ad una  scricciola di 7 anni che non vedeva l’ora di strapazzare la sorellina).
Dopo una cena veloce,  Lucia si è addormentata, ma a fatica, e vederla lottare per prendere sonno, assopendosi e riaprendo gli occhi improvvisamente, temendo chissà quale altro sorpresa scivolando nel sonno, è l’altra immagine inchiodata alla mia memoria.
E ora che sono le 23.30, guardo Giada e Lucia, sono così belle, sono le mie bimbe, e io sono felice e basta, e nonostante l’ intensità e le difficoltà dell’incontro, per quanto prevista e attesa, ringrazio di stare vivendo la seconda più bella esperienza della mia vita e mi dico che con i “se fosse stato” non si fa la storia,  ora servono solo piccoli passi decisi, perché sono quelli che fanno andare molto lontano.


E poi c’è  Cri, con cui affronto tutto questo, la sua pazienza, il suo modo dolce di fare, la sua ironia, e la voglia comunque di rimettersi in gioco, con la sua spericolata invidiata incoscienza; vedo quanto è difficile anche per lei, vedo che vorrebbe buttarsi a capofitto su Lucia, e allo stesso tempo teme di non essere presente per  Giada,  ho assistito sorridendo al sopravvento del suo istinto di madre, quando la didi è ritornata nella sala della cerimonia e la piccola è scoppiata nuovamente in un pianto dirotto, i suoi occhi in qualche modo dicevamo, ci penso io,  tu evapora. Grazie di essere parte della mia vita e di star costruendo tutto questo insieme a me.

lunedì 2 febbraio 2015

Lucia!

Siamo in alto! Molto in alto! Non scendiamo più!



Gigi, Cri, Giada Nghiem e Lucia Bich Nguyet

Vertigine

5 del mattino ad Hanoi. Potrei scrivere di mille pensieri centrifugati in questa notte quasi insonne.
Riassunto: il percorso fino ad oggi è stato difficile e ha lasciato macerie; da oggi nulla sarà come prima; all'inzio sarà dura e ci vorrà tempo;
Conclusioni: hai paura, una "fottutissima" paura e non serve a nulla, almeno oggi.
Allora bene, prendo tutto questo e ne faccio un bel falò, oggi faccio spazio alla gioia, voglio occhi limpidi per accogliere Lucia, oggi la mia famiglia cresce. Saremo in quattro, sarà un ricostruire? e allora avanti, costruiremo una reggia tutti insieme, e che i lavori abbiano inizio.
E citando i versi di "Mi fido di te" (Lorenzo Cherubini)

      "La vertigine non è
       Paura di cadere
       Ma voglia di volare"

Dico che oggi ho voglia di volare, e allora vengano pure le vertigini.
State con noi.
Gigi

sabato 31 gennaio 2015

A Thầy-Nguyện


Oggi giornata intensa. Nei giorni precedenti la partenza avevamo chiesto a Giada se le sarebbe piaciuto ritornare a visitare il luogo dove ci siamo incontrati, “la sua casa dei bimbi”, come l’abbiamo da sempre chiamata, nella città di  Thái Nguyên a circa 80 km a Nord di Hanoi. Ha detto di sì, per cui il primo giorno in terra vietnamita l’abbiamo dedicato ad un ritorno, il più importante.
Tempo identico a quello di 7 anni fa, grigio, freddo e pioggerellina, di poco aiuto per godere del paesaggio. Il viaggio questa volta è stato sorprendentemente veloce, scordatevi strade deformate, piene di auto, moto, pedoni e persino bufali, scordatevi sorpassi al limite dell’incoscienza e manovre spericolate, ora una nuova e veloce autostrada collega Hanoi alle province settentrionali.
Giunti a Thái Nguyên l’impatto è nuovamente di cambiamento e progresso, tante costruzioni nuove, molte più automobili,  la sensazione è quella di un Hanoi di 7 anni fa,  una città di provincia partita un po’ in ritardo, ma pronta allo stesso sviluppo dirompente.
E poi…e poi è arrivata quella curva sulla sinistra, e da lì tutto è rimasto uguale, strada in leggera salita compresa (quella disastrata era e disastrata è rimasta), e finalmente ecco il cancello dell’istituto, e lì, prima di entrare, il cuore ha ricominciato ad andare per i fatti suoi, mentre Giada in silenzio osservava, studiava.
Com’è andata?  Nel complesso tutto bene,  anche se  la piccola si aspettava di vedere la stanza del nostro incontro, ma ora l’ala è in disuso, l’ingresso e il portone sono “sgarruppati”,  ed i bimbi  ospitati sono in un altro edificio. Inoltre, dato il Sabato, era presente solo il personale essenziale, che ci ha gentilmente ricevuti, di conseguenza non c’era neanche la Didi (dada)  ritratta in tante foto, che aveva accompagnato Giada il giorno del incontro, anche se ci hanno assicurato che opera ancora lì.

Nonostante questo, Giada è stata molto felice di rivedere la casa dei bimbi (anche se ha espresso chiaramente la propria delusione per non aver visto la stanza di ricevimento e per l’assenza della Didi). Dopo poco si è messa a saltellare, accennando i suoi  passetti di ginnastica, abbiamo scattato foto, ed è stata  felice e orgogliosa quando le ho detto che le persone presenti le facevano i complimenti, ci ringraziavano per la visita e avrebbero consegnato la sua foto alla Didi. 
Siamo certi che farà tesoro di questo viaggio, dei luoghi, della gente, che da sempre le abbiamo raccontato e  che finalmente ha potuto vedere in prima persona.  

Poi siamo tornati ad Hanoi, e approfittando di una  pausa nell’incessante pioggerellina che da ieri ci accompagna,  ci siamo concessi un bel giro al  Lago Hoan Kiem,  dove c’è già tanta aria di TET 2015: luci, addobbi e vetrine colorate. 
 
 


E di seguito  cena,  è sì l’ultimo Sabato a cena fuori in tre! Da Lunedì cambiamo musica!!!!

venerdì 30 gennaio 2015

Di nuovo in Vietnam

E sfiniti da un viaggio interminabile siamo di nuovo qua!
Io e Cri siamo concordi, è come non essere mai partiti. E lo  abbiamo compreso nell'istante in cui siamo usciti dall'areoporto.. E' bastato annusare l'aria (anche se sa spaventosamente di smog e umidità),  rivedere i colori (anche questa volta putroppo cielo grigio e pioggerella), risentire i rumori caotici di una città in continuo movimento (clacson usati come trombe che annunciano un arrembaggio),  ritrovare alcuni luoghi che hanno fatto parte di quelle due settimane di sette anni fa e riscoprirli praticamente identici ad allora.
Hanoi è ancora più vivace e contraddittoria,  hanno costruito di tutto e di ogni, ed è tutto un brulicare di cantieri, in centro e nelle periferie. Certi scorci presentato una contrapposizione involontaria, fra tradizione e occidentalizzazione  imperante, e comunque Hanoi, come tutto il Vietnam, è una città "di giovani".
E prima che la seconda grande avventura in Vietnam abbia inizio, un po' di riposo e alcuni momenti che non potevamo non dedicare a Giada, ma di  questo ne parliamo domani.
Adesso riposo.